Vai direttamente ai contenuti della pagina Logo Documentaristi
[17-12-2005]
Italia, un bel disastro da documentare
Jérôme Clément presidente di «Arte» illustra la strategia culturale alla Casa del Cinema

I documentaristi tornano a far parlare di sé, questa volta in un incontro alla Casa del cinema di Roma dedicato ad «Arte» emittente culturale, che ben conosce chi viaggia o si sintonizza sul satellite, nome di riferimento per chiunque voglia produrre in Europa.

In rassegna fino al 21 dicembre si potranno vedere 25 documentari che portano questo marchio, film dedicati a Sofri, a Toni Negri, al signor Berlusconi, Andreotti, Enrico Mattei, Carlo Giuliani e la Fiat. Questi lavori devono infatti fare un curioso giro per arrivare fino a noi, prodotti per lo più in Germania e in Francia per parlare di fatti che ci riguardano e spesso firmati da registi non italiani come Alexandra Weltz e Andréas Pichler autori di Antonio Negri, una rivolta che continua (oggi alle ore 15). Nel programma di oggi anche Disamistade (ore 17) di Gabriella Angheleddu e Ernst-August Zurborn, L'irresistibile ascesa del signor Berlusconi (ore 19) di Michael Busse, Il processo Andreotti (ore 15) di Michael Busse. Nella sala Kodak Repubblica nostra di Daniele Incalcaterra e Carlo Giuiani, ragazzo (ore 19) di Francesca Comencini). Jean-Louis Comolli ha firmato L'affare Sofri che ieri sera ha seguito una giornata di incontri internazionali, affollatissimi e battaglieri, aperti da Felice Laudadio direttore della Casa del Cinema con parole durissime per il rifiuto alla concessione della grazia a Sofri.

Incontriamo il direttore di Arte Jéröme Clément per chiedergli soprattutto come mai Arte è presente in Francia, Germania, Belgio e nei Paesi Bassi, ma non è mai stata presente in Italia: «Abbiamo cercato di avere contatti con la Rai fin dagli anni `80. Nel '95 abbiamo perfino siglato accordi che non sono mai stati applicati. Era un accordo articolato con finanziamento garantito». Forse erano cambiati i referenti? «Non era dovuto al cambio di partner, ci deve essere una volontà politica della Rai e del governo. Gli accordi erano stati fatti con Zaccaria. Poi un giorno semplicemente c'est disparu » ovvero non si è fatto più sentire. «Ho un'esperienza con tutti i paesi europei, ma in Italia gli unici rapporti che si possono avere sono quelli personali. Abbiamo accordi con Moretti, Calopresti, Pannone, ma con le istituzioni è un disastro. Io ho incontrato ben sei direttori generali della Rai. Con RaiSat ora c'è un accordo per cui il fine settimana programmano documentari di Arte». E secondo lei perché in Italia non si possono produrre documentari con le televisioni pubbliche? Anzi, no, visto che ci dice che dovremmo saperlo noi, glielo diciamo: è perché non si vuole che la gente sappia cosa succede e si occupano tutti gli spazi in modo che non si abbia una vera informazione, ma solo intrattenimento o finto documentario. Vorremmo sapere anche perché è stato rifiutato l'ultimo progetto di Straub: «Abbiamo prodotto molti loro lavori, ma quest'anno sono arrivati 400 progetti e noi possiamo realizzare solo 20 film».

Eppure l'audience di certi programmi di Raitre sta a significare che la gente è stanca di vedere i problemi attraverso la fiction, o forse l'informazione non ha più credibilità. Parla di genocidio culturale Alessandro Signetto presidente di Doc it: «Non è che gli autori non si possano esprimere, ma hanno la sicurezza di non essere visti nella cultura nazionale» e riferisce le cifre «della vergogna» (ufficiali) secondo cui nel 2004 Raiuno ha investito il 46% in meno rispetto al 2003, Raidue l'86% in meno, Raitre il 16% in meno. Nella quasi totalità si tratta di acquisti e basta guardare il poco che resta dei documentari per vedere che sono inseriti nella lista anche programmi come Alle falde del Kilimangiaro, Geo & Geo e simili. «A giorni - avverte Signetto - sarà firmato il contratto di servizio della Rai per gli anni 2006, 2007, 2008 e qualunque governo ci sarà in futuro non si potrà derogare dalle decisioni prese oggi».




indietro